Confondere ancora la causa con l’effetto. La scuola che genera furbi

escherSulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi c’è un articolo che riferisce di un squallido malcostume, recentemente smascherato dalla Guardia di Finanza. La notizia è che su 546 controlli a campione sui modelli di autocertificazione Isee presentati dagli studenti romani al momento della loro iscrizione all’università, in 340 casi sono state scoperte gravi irregolarità. Il modello Isee (Indicatore Situazione Economica Equivalente) era falsificato per ottenere una riduzione sulle tasse universitarie.

Provo disgusto alla notizia di quella ragazza che aveva certificato un reddito di 14.000 euro mentre in banca ne aveva 600.000. Così come provo sempre un istintivo senso di fastidioso imbarazzo ogni volta che viene commesso un tradimento. E sono d’accordo con il giornalista sulla necessità di denunciare questa nefandezza. Peccato solo che poi finisca per confondere la causa con l’effetto.

A cosa serve la scuola se, dopo un percorso pedagogico di 13 anni, abbiamo ragazzi che truffano? Ecco la domanda che il giornalista si fa alla fine dell’articolo. Ma guarda un po’, ho pensato. Adesso riscopriamo la funzione educatrice della scuola. Può la nostra scuola pubblica svolgere ancora l’antico compito formativo? Lo può fare se i programmi vengono ridotti e semplificati fino alla banalità, se si vuole che le lezioni divengano un giochetto interattivo fatto con proiezione di slides e i docenti vanno trasformandosi in semplici somministratori di questionari a risposta multipla?

Non sarà che, ancora una volta, facciamo confusione tra la causa e l’effetto? Credere che la scuola possa cambiare la società è una ingenuità. È vero il contrario. La scuola non è un’entità astratta, indipendente e avulsa dal contesto nel quale vive. La scuola è fatta di programmi discussi e decisi dagli uomini, non dagli dei. È il frutto di regolamenti, di indicazioni, di imposizioni, che arrivano direttamente dal Ministero della Pubblica Istruzione, non dalle stelle.

La scuola è sempre espressione della società nella quale opera. Il lavoro e l’esempio di molti docenti che remano coraggiosamente controcorrente non possoro fare molto. Una società razzista avrà una scuola razzista, una società di ladri e di furbi avrà una scuola che insegna a rubare. Puntare il dito sulla scuola se i ragazzi non sono onesti è come camminare scalzi e prendersela con la strada se ci si fa male ai piedi. Mettiti le scarpe gli direi io a uno che cammina scalzo. Vedrai che andrà molto meglio.      

p.s.
L’immagine in copertina è naturalmente di Maurits Cornelis Escher.

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