A mensa

piatto di risoSi dirà che una mensa scolastica non è un ristorante da Gambero Rosso. Che abituare i bambini a mangiare senza troppe storie quello che passa il convento è cosa buona e giusta. Che devi almeno assaggiarla una cosa prima di decidere che non ti piace. Si dirà che una sana alimentazione talvolta significa piatti semplici e magari poco allettanti. Che mangiare in bianco purifica. Che cucinare in grandi pentoloni non è come a casa. Vabbè. Però forse c’è un limite.

Rovescio il piatto e il riso rimane incollato. Un blocco unico da cui non cade neanche un chicco.  Magia. Zero profumo, zero sapore, zero colore.

L’azienda che ha in appalto il compito di provvedere al servizio mensa della nostra scuola è cambiata. Non è cambiata invece la qualità. Quella non può cambiare. Quando chi ha il compito di pensare alla nostra cucina arriva da lontano, deve contemporaneamente occuparsi di decine di altre scuole e refettori molto distanti tra loro e muove enormi quantitativi di derrate alimentari, può davvero curare la qualità?

La scuola dovrebbe vivere tutte le relazioni possibili col territorio nel quale nasce. Anche quelle fino a questo momento mai sperimentate. È per questo che due anni fa i bambini della mia classe esposero le loro foto in una mostra allestita all’interno del vicino supermercato. Fu un successo. Perché allora non immaginare, fatte salve e rispettate le regole nutrizionali del caso, una turnazione nella nostra mensa tra i ristoranti e gli esercenti del quartiere? È un’utopia? Teniamoci allora il pane di gomma e il riso al vinavil.

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Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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5 risposte a A mensa

  1. cinziamontani ha detto:

    Caro Flavio,
    curare la qualità dei servizi è un dovere che ogni ditta appaltata si assume nel contratto, nei confronti del committente e soprattutto se parliamo delle scuole pubbliche. Difatti, segnalando il disservizio al Municipio di competenza (ufficio delle dietiste o UOSECS) si potrebbe ottenere un monitoraggio specifico dell’attività della mensa. Inoltre, sono le ditte appaltate che organizzano, periodicamente, un autocontrollo interno per stabilire gli standards di qualità raggiunti. Noi Utenti abbiamo, quindi, gli strumenti per attivare le procedure che rendano i servizi resi, adeguati ai costi sostenuti dalla collettività (le nostre tasse). La scuola e le relazioni con il territorio!!! Ecco la vera scuola che forma il cittadino del futuro!!!! Sì…è proprio un’utopia!!! Gli appalti, difatti, saranno affidati alla Centrale Unica degli Acquisti che garantirà (dicono) i costi,il contenimento dello sperpero e la qualità, mediante il monitoraggio dei servizi resi dagli appaltati.Sei riuscito a spiegare ai bimbi il fenomeno del riso al vinavil e della pane di gomma???

    • RP McMurphy ha detto:

      ciao Cinzia. Non serve un genio per capire quanto l’autocontrollo si racconti da solo. È la classica presa in giro messa in atto per assolvere un protocollo del tutto inutile. Le altre forme di ispezione (c’è perfino una commissione mensa formata da genitori della scuola) sono troppo timide. Per essere efficaci i controlli dovrebbero piombare a mensa nel bel mezzo del pranzo e non essere annunciati da squilli di tromba.
      Come spiego ai bambini il riso al vinavil? Non lo spiego. Ci limitiamo a osservarlo come fosse il trucco di un mago nascosto in cucina.

  2. cinziamontani ha detto:

    ciao Flavio. Ti ringrazio per aver evidenziato l’unico argomento che volutamente non avevo trattato, quello delle ispezioni “inutili” o di quelle “troppo timide” e annunciate da “squilli di tromba”. Infatti, il nostro non è un paese normale!!! La tua descrizione della realtà è inconfutabile. La volontà di migliorare le situazioni, un sano pragmatismo ed anche un pizzico di utopia…riusciranno a salvare Atlantide???

  3. fricchy ha detto:

    Mi arriva oggi un email dal rappresentante di classe di mio figlio, si chiede a tutti i genitori di firmare al più presto una liberatoria in allegato dove si acconsente a riprendere l’alunno con fotocamere o videocamere nei vari momenti dell’attività scolastica, ai fini di documentare l’attività didattica svolta in riferimento al progetto di educazione alimentare “Sono come mangio” promosso dal Consorzio del Parmigiano Reggiano…la cosa già mi puzza. Nessuno prima ci ha mai parlato di questo “progetto didattico”, l’unica spiegazione assieme alla liberatoria è una locandina di un concorso promosso sempre dal Parmigiano Reggiano, in cui a slogan si parla di spot da creare e di premi in palio come videoproiettori e computer portatili al migliore spot presentato. La liberatoria chiaramente chiede anche il consenso a pubblicare il materiale sul sito del Consorzio del Parmigiano, o in eventuali comunicati stampa volti a promuovere l’esperienza. Accidenti che progetto didattico! Questa si che è la vera strada per fare un po’ di educazione alimentare ai bambini. Provo a chiedere il parere a qualche mamma: -ma non vi sembra un po’ una “pareventata” del Parmigiano Reggiano che con la bella scusa dell’educazione alimentare sfrutterebbe un po’ le facce dei nostri figli per farsi pubblicità?! Come sempre i miei dubbi vengono considerati dalle solite 2 persone su 20, tutti gli altri si ponevano già il problema di come far arrivare la liberatoria firmata in classe. Cosa si fa? Mio figlio Anton sarà l’unico a non essere fotografato perchè la mamma non ha firmato la liberatoria?

    • RP McMurphy ha detto:

      L’ingresso di brands nella scuola pubblica mi fa orrore! Sempre e comunque. Sono del parere che vada ostacolato con decisione. Mi meraviglio delle insegnanti e della maggioranza di genitori che non vedono più in là del loro naso. Che tristezza…

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