La scomparsa dell’infanzia. Una riflessione in tre parti – Parte prima

BratzI talent show con i bambini non li sopporto. Ma tra tutti, i più sconcertanti mi sembrano quelli canori. Perché una trasmissione in cui un bambino canta con movenze e ammiccamenti da adulto le canzoni degli adulti mi fa ribrezzo. Un programma così lo farei chiudere e lo sanzionerei con pene severe. Per oltraggio all’infanzia. Una volta c’era lo Zecchino. Forse c’è ancora. Ma provate a trovare uno zecchino d’oro a Babilonia.

La piccola moneta è finita chissà dove. Chiasso, format, canali tematici, sequel, riesumazioni, zibaldoni, sponsor, saltimbanchi, coloranti, universi alieni, palinsesti che si inseguono e si copiano. Un dedalo intrecciato di proposte televisive figlie del telecomando e della possibilità che all’improvviso si decida di cambiare canale. Un circo. In mezzo può capitarti di vedere bambini di nove anni alle prese con canzoni che raccontano di amori, tradimenti, guerre, riappacificazioni, attese, ritorni, condizioni disperate o situazioni sensuali. 

Una volta c’era lo Zecchino. Il coro Antoniano, il mago Zurlì. E un bambino era un bambino. Adesso no. Nella migliori delle ipotesi è un clown. Lo Zecchino andava in onda in orario pomeridiano. Era evidentemente un programma per bambini. Adesso no. I talent show vengono trasmessi in orari serali. Si rivolgono chiaramente a un target di adulti. 

Così piccoli mostri recitano copioni che non dovrebbero appartenere al loro mondo. Giocano col microfono e si muovono come consumate rockstar. Mamme e papà in studio hanno gli occhi lucidi e a stento trattengono la commozione. Ma che fate, mi viene da pensare. State lì a commuovervi? Alzatevi invece, mi verrebbe da dire. Prendete i vostri bambini e portateli a casa. Giocate con loro alle costruzioni, andate in giardino a fare scoperte, raccontate una storia, fateli sporcare di terra.

Restituiamo ai bambini i toreri Camomillo, i caffé della Peppina, i gatti neri, i pulcini ballerini, i coccodrilli, i valzer dei moscerini. Lasciamoli bambini. Che il vero prodigio non è sentirli cantare Céline Dion, Whitney Houston o Bocelli. Ma farli essere quello che sono. Tanto poi finisce lo stesso che crescono. Quello che conta non è trasformarsi in adulti, ma quale cammino si percorre per diventarlo.

p.s.
A titolo esemplificativo in copertina ci sono Le Bratz, abominevoli bambole di ultima generazione.  

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Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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10 risposte a La scomparsa dell’infanzia. Una riflessione in tre parti – Parte prima

  1. lezapp ha detto:

    fufù
    Mi ritengo fortunato; sono cresciuto con letture del ‘Il signor Bonaventura’, ‘Cocco Bill e Zorrykid’ (il cavalire mascherato), di Jacovitti…, costruendo alianti in balsa, smontando e rimontando ogni giocattolo… etc. Condivido pienamente; è la qualità del percorso che si fa, e non la meta ad ogni costo .
    Azz.., le Bratz ❓ Che tristezza ragazzi ! 😦

  2. fricchy ha detto:

    Io che la mia infanzia l’ho vissuta negli anni 80 provo una profonda nostalgia quando guardo i miei figli. Io la tv la vedevo, ma esisteva un programma di cartoni, uno solo, con le barbie ci giocavo, ma erano solo bambole, non esisteva il mondo di barbie fatto di borse, trucchi, vestiti, tutto per farti diventare veramente una barbie, o peggio una winx. Proprio oggi parlando con genitori di amichetti di mio figlio, un papà ha lanciato una domanda: ma voi a casa come li gestite i tablet con i bambini?
    E’ possibile che i problemi che ci ritroviamo oggi come genitori sono come nascondere i tablet ai figli!? Eppure è proprio così. io che in casa di tablet o nintendo non ne ho, quando vado a riprendere mio figlio a casa di amici, spesso lo ritrovo attaccato a qualche schermo, o peggio a guardare l’amichetto che sta attaccato a qualche schermo.Quello che provo è rabbia, e spesso impotenza. A volte mi sembra di vivere in una lotta continua per salvaguardare l’infanzia di questi bambini e purtroppo per molte cose mi ritrovo a cedere, trascinata da questo mondo che in 20 anni è veramente cambiato. Spesso sento che c’è qualcosa di non sano, sembra che il cammino da far percorrere ai bambini per diventare adulti, sia pieno di mine ricoperte di zucchero. Ed allora a quel papà avrei voluto chiedere, come faccio io a gestire il fatto che mio figlio, nelle sua classe, è l’unico a non avere in casa uno strumento per giocare ai videogiochi?

    • RP McMurphy ha detto:

      cara fricchy, credo che il problema non sia la tecnologia o le mille nuove possibilità che il bambino di oggi ha per passare il suo tempo, quanto piuttosto l’utilizzo che si fa di queste opportunità. Ma una cosa è certa. Il bambino ha bisogno di tempo e spazi per costruire se stesso. Il suo è un percorso che rischia di essere sottovalutato. I danni poi si pagano con gli interssi. Sono, per esempio, assolutamente contrario all’uso del tablet come ausilio didattico nella scuola primaria. Imparare a scrivere, lavorare con fatica nell’esercizio di una motricità fine da migliorare quotidianamente, è il presupposto fondamentale perché avvenga un necessario sviluppo neurologico di lateralizzazione e un incremento di scambi neuronali tra i due emisferi.
      Tieni duro fricchy. Il mestiere di genitore è complesso. Ma non possiamo scegliere la strada più comoda. Eviteremmo magari qualche conflitto con i nostri figli nell’immediato, ma provocheremmo disastri nel lungo periodo.

  3. yenibelqis ha detto:

    Concordo con il discorso, in generale, ma per giustizia dico che io, bambina all’inizio degli anni Ottanta, sono cresciuta a pane e tv incontrollata, per la precisione in pieno boom da cartoni animati giapponesi. Oggi l’esistenza di canali RAI dedicati ai piccoli (Rai yoyo, in particolare) almeno assicura un certo filtro di contenuti. Certo, la pubblicità c’è, ma non mi sentirei di dire che oggi il livello sia indiscriminatamente inferiore. Lo Zecchino d’Oro esiste ancora ed è ancora pomeridiano. Il fatto che lo presenti Pino Insegno personalmente è uno scoglio insormontabile, ma è un problema mio. Mia figlia fa a letto alle otto e mezza- nove e lo trova assolutamente normale. Un tablet mi piacerebbe averlo, perché ci sono tante applicazioni interessanti e intelligenti di cui anche lei potrebbe trarre beneficio. Il nintendo no e infatti non l’abbiamo. Questo per dire che, senza fare scelte estreme (no tv, no computer, no qualunque cosa), una possibilità di costruire un percorso più vicino alle nostre corde esiste. A patto di essere un po’ ottimisti, cosa che secondo me fa parte dei doveri di un genitore.

    • RP McMurphy ha detto:

      Concordo. La genitorialità è una condizione che ha inevitabilmente insita una buona dose di connaturato ottimismo. Magari un ottimismo incosciente. Però poi costringe a un quotidiano esercizio di confronto e verifica. Il confronto più faticoso forse è proprio quello con le idee e i modelli che si erano scelti e che si pensava fossero i migliori possibili. Un approccio talebano e dogmatico non può che produrre conseguenze nefaste.

  4. lezapp ha detto:

    Più che ottimisti, i genitori di oggi non dovrebbero ripetere gli stessi ‘errori’ dei loro genitori etc. Purtroppo questo modo di ‘fare’ è diventato il classico serpente che si morde la coda; generazione dopo generazione dopo generazione… Quasi quasi mi vien da dire che è ‘quasi’ impossibile uscirne fuori… L’esempio più famoso di questo perverso meccanismo sociale ? Quello di sentirsi ‘in dovere’ di battezzare il propio pupetto ( e tutto il resto, ovvio..) solo perchè si è stati battezzati… etc. E’ un vero peccato, da genitore, abbassare questa guardia senza tener conto della preziosità del proprio frutto genetico 😕
    P.S. abbiate pazienza con il mio italiano; è di altrove-land 💡

  5. aboer65 ha detto:

    Concordo pienamente, Però voglio suggerire un approfondimento.
    Per molti anni ho pensato che scuola, mass media, ambiente esterno forgiassero i caratteri dei nostri cuccioli più della famiglia.
    Poi sono diventato padre.
    Da allora sono passati 14 anni e in questo discreto periodo di tempo ho conosciuto molti bambini, ragazzi e le loro famiglie. Sulla base di questa conoscenza empirica ho maturato una diversa opinione: i figli sono identici ai loro genitori! Bimbi educati, figli di genitori educati. Bimbi insopportabili, figli di genitori altrettanto insopportabili…
    L’ambiente esterno contribuisce, per carità, ma i genitori sono fondamentali. Quando i bambini sono piccoli sono tutti meravigliosi, poi, pian piano, padri e madri iniziano a trasmettere le proprie caratteristiche, idee, ambizioni, visioni del mondo che, anche sotto l’effetto dell’ambiente esterno (che arriva dopo), rimarranno per sempre evidenti.
    Quindi suggerisco questa riflessione: sono i bambini ad essere mostri o i veri mostri sono gli adulti che li spingono su quel palcoscenico?
    Ma andrei oltre e parlerei di quei ragazzi che fanno le gincane con i loro scooter nel traffico (non fanno di peggio gli adulti?), dei ragazzi che non offrono il posto a sedere agli anziani (e gli adulti lo fanno?), degli adolescenti che lordano i giardini pubblici (e che dire degli adulti che gettano il pacchetto di sigarette vuoto dal finestrino dell’auto in corsa? e quelli che non utilizzano correttamente i contenitori della raccolta differenziata?)…
    Un saluto a tutti
    Andrea

    • RP McMurphy ha detto:

      La tua riflessione non fa una piega, uomo delle montagne. Mi trovi pienamente d’accordo.

    • fricchy ha detto:

      Leggendo un post nel blog di yenibelquis mi ha colpito proprio questa frase pronunciata da una giovane donna, genitori non si nasce si cresce. Anche per me è così. Verissimo infatti che siamo proprio noi la prima società dei nostri figli, ed è proprio questa consapevolezza che porta ad un continuo
      mettersi in discussione. Il nostro modo di vivere la vita e’ ormai un libro da cui qualcuno
      prende continuamente appunti per fondare le
      basi della sua. Responsabilità non di poco
      conto! Ma penso anche che la condizione di genitore porta a scoprire tante cose di se stessi, a crescere, come diceva la giovane donna, e spesso a cambiare, bambini e adulti che crescono insieme, percorsi e vite parallele in continuo scambio.

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