L’alfabeto delle emozioni

mesaEsiste un alfabeto e una grammatica delle emozioni e una scuola (la scuola elementare più colpevolmente di tutte) che in generale fa finta di niente e poco se ne interessa. Rimane un mistero allora come si possa crescere e maturare, se in quello che dovrebbe essere il loro cammino di formazione i bambini e i ragazzi incontrano una scuola distratta che non pensa al loro mondo interiore.

Esiste un alfabeto delle emozioni ed è quasi sempre sussurrato. Ma la scuola alza la voce e guarda altrove, impegnata com’è a misurare le prestazioni, a calcolare i rendimenti, a classificare, a incasellare. La performance è il nostro credo. Non fa una piega. E così facendo la scuola si adegua perfettamente al contesto socio culturale nel quale si impianta, divenendone serva, ancor prima che sponsor.

Esiste un alfabeto delle emozioni ma sembra non importarci. Continuiamo a dire: usa il cervello! Ma il cuore? Il cuore quando lo usiamo? La concezione aziendalistica che cerca un utile immediato e si perde dietro calcoli di profitti e ricavi non lascia certo spazio alla cura delle emozioni. Questo è sicuro. Occuparsi delle emozioni è una perdita di tempo. Bisogna andare avanti col programma. Come se si potesse camminare lungo un sentiero, raccogliere pietre e pretendere di riempirci una scatola senza curarsi di come questa sia costruita, se quella che abbiamo è solida, se ha dei punti di fragilità o piuttosto vada rinforzata.

A scuola si va per imparare. Questo ci hanno sempre detto. Sbagliato. A scuola si va per crescere. Fa una bella differenza.

p.s.
Il murale in copertina è di Mesa.

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Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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5 risposte a L’alfabeto delle emozioni

  1. fricchy ha detto:

    E troppo spesso questa scatola vuole essere riempita credendo che sia uguale a tutte le altre, non tenendo conto che si hanno davanti scatole che stanno prendendo ognuna la loro forma, e che il materiale che si vuole inserire in un preciso momento e con tempi uguali, non ha lo spazio necessario per entrare in tutte le scatole allo stesso modo. In questi giorni è arrivato l’avviso (o forse l’avvertimento) da alcune maestre di quarta, che quest’anno i voti partiranno dal 5. Non vedevano l’ora di poter scrivere di un bambino insufficiente. Le stesse maestre in terza elementare pretesero di avere tra le mani la valutazione di un bambino fatta da logopedisti e psicoterapeuti della ASL, prima di mettere il 5 in pagella. Spinsero perché fossero persone esterne a valutarlo in una manciata di ore, per sentirsi poi dire che non aveva alcun disturbo dell’apprendimento, comportamento o attenzione, ma soltanto il bisogno di essere incoraggiato e non essere rigidamente inserito in schemi di dovuto rendimento. Loro in tre anni non erano riuscite a capire che quel bambino aveva soltanto bisogno di un po’ più di tempo per rientrare nei loro modi e tempi in cui tanto bene magari già entravano altri. Era semplicemente un discorso di emozioni, e la prova lo è il fatto che quel bambino trattato con un po’ meno rigidità ha rinforzato la sua autostima e ha raggiunto la marcia degli altri compagni. Per le maestre però non è bastato passarci 8 ore al giorno per tre anni, hanno avuto bisogno del foglio di carta, della valutazione esterna fatta su test specifici e tarati.

    • RP McMurphy ha detto:

      Non esistono bambini insufficienti. Esistono invece maestri insufficienti. Mettere un 5 a un bambino significa metterlo a se stessi. Significa sottolineare l’incapacità di raggiungere il suo mondo, di coinvolgerlo, di amarlo.
      Mettere voti ai bambini è comunque un esercizio di blasfemia. E aveva ragione il maestro Alberto Manzi quando su tutte le pagelle scriveva “quello che può fa, quello che non può non fa”. Fu punito per questo. E lasciato senza stipendio per mesi, tanto che le famiglie dei suoi bambini fecero i turni per invitarlo a pranzo…

      • michela ha detto:

        Moltissime maestre si occupano di emozioni!!!!
        Non è vero che nella scuola elementare non se ne tiene per niente conto!!! Si dedica molto tempo a questo!!
        Ma purtroppo a volte non ci sono le competenze per farlo in modo adeguato!
        Colpevolizzare e basta, senza mai proporre delle alternative per migliorare è troppo facile…..

  2. Alessia ha detto:

    Sono costretta, purtroppo, a darle ragione. La mia maestra mi ha dato una solida istruzione ma, prima di tutto, mi ha educato ai valori più profondi della nostra condizione di uomini e cittadini. Mi ricordo quando ci portava in giardino ad abbracciare gli alberi, ad ascoltare il canto degli uccelli… Il mio amore e il mio rispetto per la natura provengono (anche) da lì. Vogliamo affidare alla coscienza e al cuore dei bambini solo il ricordo della paginetta sull’ambiente o del laboratorio del riciclo? Io amavo andare a scuola e mi dispiaceva che arrivassero le vacanze, perché la maestra mi considerava una persona… Prima di tutto il resto: dei voti, del programma, delle penose recite scolastiche, dei laboratori di riciclo per ripulire la coscienza dei grandi. Poveri bambini di oggi!
    Alessia

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