Meno male che sono stato bambino negli anni 70 (parte prima)

6036652_358116[1]La scuola elementare è iniziata da un po’ e le famiglie ormai hanno quasi definito il calendario annuale degli impegni dei propri figli. Osservo quello che accade in mezzo al tourbillon di decisioni, entusiasmi, ripensamenti, intese tra famiglie e corse per nuove prenotazioni/iscrizioni/lezionidiprova. Lo osservo come papà, ancor prima che maestro, e rimango attonito. Poveri bambini. Ecco quello che mi viene da pensare.

Ormai è probabile che un bambino di 7 anni nel corso della settimana abbia più impegni di un Primo Ministro. Che si trovi sulle spalle la pressione e l’incombenza di dover soddisfare, a scuola come nel tempo libero (che però libero non è più) le aspettative dei genitori. Che debba indossare a rotazione il vestito del bravo studente, del bravo giocatore di calcio, del chitarrista in erba, della promessa della ceramica. Che passi da un’attività all’altra, ma tutte caratterizzate dalla rigida guida di adulti che dettano le regole, spiegano le regole, controllano, gestiscono, governano, limitando così l’innato desiderio di muoversi liberamente che il bambino avrebbe, come ogni cucciolo, in questa fase della sua vita.

La migliore psicologia dell’età evolutiva prova a spiegare che un bambino di 7 anni andrebbe quanto più possibile messo in condizioni di gestire il proprio tempo e in quel tempo poter fare esperienza di gioco libero in mezzo ai suoi simili. In luoghi protetti certamente, ma senza la continua interferenza degli adulti. Perché un pomeriggio in cortile passato a giocare a nascondino o ad arrampicarsi sugli alberi, in termini di crescita personale, vale più delle ore trascorse con l’insegnante di violino.

Invece no.

Prendiamo i bambini e li muoviamo come pedine sopra una scacchiera che ha mosse già stabilite e che si ripetono uguali ogni settimana. Crediamo di regalare loro quelle opportunità che magari a noi sono mancate, ma li rendiamo incapaci di gestirsi in autonomia, di vivere liberamente le relazioni secondo le proprie inclinazioni e di crescere in mezzo a queste relazioni imparando dai propri errori, di autoregolarsi, perfino di sentire il sapore della noia e di trovarvi un rimedio personale e creativo.

Oggi i bambini hanno la camera piena di giochi, ma in molti casi non sanno più giocare. E giocare da soli? Apriti cielo! Giocare da soli è ormai quasi un’impresa impossibile. Senza la televisione i bambini sono perduti. Mi chiedo se finiremo per ingaggiare un animatore, oltre che per il giorno del compleanno, anche per andarsi a lavare le mani prima di cena o per saltare sul lettone di mamma e papà.

Sento dire che, se il bambino non inizia giovanissimo una disciplina sportiva o uno strumento musicale, poi sarà troppo tardi. E inorridisco. Iniziamo a fargli fare un’attività e già tracciamo le linee di proiezioni future. Ma chissenefrega. Se anche fosse, mi oppongo a una visione della vita che fa dell’ansia e della tempestività la sue caratteristiche primigenie. Vorrei che mia figlia crescesse felice e che lo facesse lentamente, senza traguardi prestabiliti e saggi di fine anno. Senza animatori che le dicano quando battere le mani e adulti che le correggano la diteggiatura sulla tastiera di un pianoforte. Non le augurerei mai la vita di Nadia Comăneci. Allo stesso modo mi fa tanta pena un bambino che suona Tchaikovsky, e sarebbe lo stesso se recitasse a memoria un canto della Divina Commedia.

Penso ai miei genitori, che mai durante le mie scuole elementari si sarebbero sognati di farmi fare un’attività strutturata con orari e appuntamenti fissi. Penso alla libertà che mi hanno regalato in quei cinque anni, pur facendomi crescere in un ambiente pieno di stimoli. E li ringrazio. Penso anche ai pomeriggi passati a giocare da solo. E al fatto che poi alla fine i conti non tornano, visto che comunque oggi suono con piacere più di uno strumento (sono stato perfino pagato per farlo) e negli anni ho praticato molti sport con soddisfazione (uno ancora a livello agonistico).

Aver iniziato pianoforte alle medie, così come il tennis e la pallavolo, non credo abbia spostato di una virgola il mio destino. Ma mi ha permesso di vivere pienamente un’infanzia da bambino. Da bambino libero e sereno, senza che il mondo dei grandi cercasse a tutti i costi di capire in quale ambito nascondessi delle vocazioni. Non credo che i miei genitori fossero particolarmente attenti alle teorie pedagogiche, però bisogna riconoscere che nelle vecchie generazioni c’erano una leggerezza a noi sconosciuta e un’inconsapevole saggezza che si è andata perdendo.

La migliore psicologia dell’età evolutiva adesso prova a metterci in guardia. Ci racconta che un bambino se non fa più il bambino finisce per pagare un prezzo alto, con interessi a lunga scadenza. Ma noi niente. Convinti di offrire opportune occasioni di crescita, siamo perfino disposti a lunghe attese fuori dalle palestre come amorevoli monoliti, magari chiusi in macchina quando piove o nascosti da qualche parte per sfuggire quel papà che quando ci vede corre ad attaccarci dei pipponi interminabili sulla necessità di uscire dall’euro. Non sono certo i sacrifici a spaventarci. A sopportare ore di sosta fuori da un cancello non ci batte nessuno. Anche se poi tra le varie ragioni che ci spingono a riempire di appuntamenti l’agenda dei nostri figli ogni tanto possono finirci dentro questioni che con i bambini hanno poco a che fare, ma sono mosse dal nostro narcisismo. Sai, mio figlio due volte la settimana frequenta un corso di campana tibetana. Che bello… il mio fa canottaggio e meditazione Shaolin.

Ecco. Tra i libri che tutti gli adulti di oggi dovrebbero leggere trova di sicuro un posto Lasciateli giocare, di Peter Gray. Se avessimo la capacità di leggerlo onestamente, con l’approccio di chi sa mettersi in gioco, verremmo presi dal dubbio e in qualche caso saremmo perfino illuminati dall’idea che stiamo perdendo la trebisonda.

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Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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16 risposte a Meno male che sono stato bambino negli anni 70 (parte prima)

  1. nonnalaura ha detto:

    Pienamente d’accordo con te Chito, sono della generazione dei tuoi genitori. Le uniche attività extra scolastiche che ho proposto ai miei figli sono state una ginnastica artistica per la femmina e un corso di yudo per il maschio. Entrambe, però, sono state scelte per scopi diciamo terapeutici rispetto a problemi caratteriali, non certo per sperare di salire su qualche podio. I miei figli, così come te, hanno recepito in un primo momento il messaggio: un solo sport per i loro bambini per un totale di due ore a settimana. Se po fà!
    Però bisogna prendere atto che i tempi sono cambiati. Nel frattempo sono entrati nella vita comune i pc, gli smarthphone, i tablet, i videogiochi ecc.ecc. Per i genitori e per i figli. La maggior parte dei grandi è attaccata a un qualche video continuamente, e i bambini pure. L’ascolto tra generazioni è dimezzato, più distratto, il tempo del gioco insieme inesistente. Qualche nonno tenta ancora qualcosa di antico. Ho insegnato ai miei nipoti via via a giocare a uno due tre stella, regina reginella…, a tombola, a cucinare le ciambelline, a monopoli, a scopa e burraco. Lì per lì incuriositi e divertiti, ma nel giro di due volte già annoiati. La realtà è che la loro giornata passa in attesa di accendere i video. I discorsi tra loro sono come trovare strategie per superare ostacoli. Loro sono ormai così, i loro genitori glielo hanno insegnato, nessuna colpa.
    Ho visto prevenuta, scettica, “game therapy”, ne sono uscita soddisfatta. Ho capito cosa rappresenta per loro questo mondo virtuale: una fuga. E la responsabilità di questa paura è in gran parte nostra.
    Allora, per tornare al tuo post, ho visto mia figlia, un tempo refrattaria alle iperattività imposte, cedere. Meglio un’ora d’inglese, una di calcio, una di karate, una d’inglese che la lite continua a far spegnere i video. Perchè, anche se con la forza ci si riesce, i bambini non prevedono risorse. Restano arrabbiati tutto il tempo nell’attesa di spingere di nuovo “on”. I libri regalati restano chiusi, giocare a monopoli è più per far contenta nonna che altro. Questi video li hanno stregati, resi dipendenti, intontoliti, e allora, per contrastare, meglio un’ora di chitarra in più.
    Quando lo spirito è questo.
    Pollice giù quando la scelta è per creare campioncini a tutti i costi.
    Questo per grandi numeri ovviamente, poi ci sono le eccezioni che giocano con i soldatini, divorano libri, fanno le corse con le macchinette, sanno annoiarsi un po’. Eccezioni fortunate, beati loro.
    I tempi sono cambiati Chito, parola di nonna! Prendiamone atto e cerchiamo di salvare il salvabile…

    • RP McMurphy ha detto:

      cara nonnalaura hai puntato il dito in una direzione che apre scenari complessi. L’idea che la tecnologia offra una seducente possibilità di fuga mi trova d’accordo. Nel mondo della psicologia dell’età evolutiva c’è perfino chi ritiene i videogames come il surrogato dei vecchi giochi in cortile. Secondo tale visione, il bisogno di giocare liberamente, di fare esperienze di gruppo senza che un adulto stia lì a determinare le regole, sarebbe così forte da spingere i giovanissimi verso l’unica possibilità che hanno per svincolarsi dalle attività strutturate dagli adulti stessi.
      Come vedi il discorso si complica.
      Capisco bene anche quanto dici riguardo la fuga da casa per evitare continue lotte intorno all’accensione dei video. Tra le due cose meglio una lezione di chitarra, dici. Ma una cosa è sicura, se per evitare la fatica e il dolore di dire dei no, usciamo di casa, come genitori stiamo fallendo.

      • nonnalaura ha detto:

        sfondi un uscio aperto RP, ma, ripeto, salviamo il salvabile, altro non possiamo fare

  2. Alessia ha detto:

    Salve,
    ho apprezzato molto il suo post scritto in modo sincero, a costo di risultare impopolare!
    Devo quasi giustificarmi con le altre mamme del fatto che mio figlio di sette anni e mezzo frequenti “solo” un corso di pianoforte e partecipi “solo” al coro della scuola…. Da due anni ho deciso di evitare di fare lo slalom tra piscina, palestra, teatro in inglese, corsi di cucina, ceramica e pittura! Quando dico che per l’attività sportiva e agonistica ci sarà tempo alle medie mi guardano come se fossi una madre negligente o squilibrata… In realtà mi piace tanto andare a prendere mio figlio e portarlo al parco o a comprare un giornaletto e poi al ritorno a casa vederlo giocare con i suoi pupazzetti e le amate costruzioni! In un tema sul tempo libero, mio figlio ha scritto che ha almeno due o tre ore al giorno da dedicare “a costruire i mondi” della sua “creatività”. Così si è espresso e io ne sono fiera 🙂

    • RP McMurphy ha detto:

      Non è facile essere un genitore fuori dal coro, complimenti. Ci vuole una grande serenità. E la serenità si trasmette. Un bambino che ha il tempo e il gusto di “costruire mondi”? Che meraviglia!!!!

  3. nonnalaura ha detto:

    brava Alessia!

  4. Pingback: Il tempo saturato: le maratone quotidiane - Identità in gabbia di Sonia Bertinat

  5. RP McMurphy ha detto:

    benvenuta Sonia, ho fatto un giro sul tuo “Identità in gabbia”. E posso dire che, nonostante tu sia a Torino, in realtà siamo molto più vicini di quanto dicano i chilometri.

  6. lezzy ha detto:

    Hola guerriero Murphy,
    …meno male che sono stato bambino negli anni 50/60
    Se veramente vuoi che ” tua figlia crescesse felice e che lo facesse lentamente, senza…” altre cazzologie connesse etc., cambia lat. & long.

    There is no political solution to our troubled evolution, have no faith in constitution… (sting)
    Yo le digo caballero que los niños le quieren jugar, ellos tienen que jugar …ellos tienen que jugar (carlito santana)
    Un abbraccio

  7. RP McMurphy ha detto:

    comprendo lo que entiendes, hombre enmascarado, pero tengo que vivir aquí la mi batalla. Si tienes miedo porqué estan ratas en tu casa no puedes cambiar casa…

    • lezzy ha detto:

      …jà, claro que entiendes, pero el miedo o las ratas no tiene nada que ver ; en serio. A qui o allà, arriba y abajo no importa; en este pais no hai respecto. Es por los hijos, hombre… ellos merecen de vivir algo mejor .
      Mira, mejor que me calle … De toda forma, “este pais” (italia) no merece sus habitantes… Portate bien

  8. nonnalaura ha detto:

    http://zigzagmom.com/cosa-rende-i-bambini-davvero-felici/
    non male questo articolo a completamento del tuo post 😉

  9. andreana ha detto:

    Le cose che ricordo con più piacere della mia infanzia sono il tempo passato con i miei nonni e i pomeriggi interi a giocare per le strade del paese con tutti i bambini del vicinato. I giocattoli li costruivamo noi così come si inventavano i personaggi e le storie che si concludevano ogni sera all’imbrunire prima di tornare a casa e che si arricchivano di nuovi episodi il giorno dopo. Da piccola credo di non aver mai conosciuto la noia. Quanto mi sono divertita! Ognuno di noi è figlio del proprio tempo, eppure oggi sento spesso i bambini lamentarsi perchè si annoiano, si percepisce la loro insoddisfazione mentre passano da un gioco ad un altro senza completarne uno, con la frenesia tipica del mondo adulto.

  10. RP McMurphy ha detto:

    cara Andreana, se i bambini di oggi ai quali ti riferisci sono quelli che colorano la tua scuola, beh, allora la situazione è più grave di quanto credessi. Pensavo infatti che il problema potesse caratterizzare soprattutto le grandi città….

  11. andreana ha detto:

    Forse non è così diffuso come nelle grandi città, ma i sintomi esistono così come esiste la frenesia genitoriale di cui parli nel post. Le giornate sono piene di impegni, i bambini sono stanchi ma in pochi vedono questa stanchezza certamente controbilanciata dal fatto di vivere in un piccolo paese dove gli spazi a disposizione sono ancora a misura di bambino.

  12. Chiara Gili ha detto:

    gli sport sono parcheggi e ancore di salvezza per i genitori che non li sanno gestire

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