L’inganno delle competenze. Ovvero la scuola spiegata al mio barista (parte seconda)

bansky-no-futureAdesso le scuole sono fissate con le competenze. Cioè con quanto sai fare bene una cosa. Se risolvi 10 equivalenze senza sbagliarne una, significa che sei bravo. Se metti l’indicativo in una frase ipotetica, invece, si capisce che devi migliorare. Conta soltanto quello che si può misurare. Hai paura che i tuoi genitori si lascino? A casa passi il pomeriggio impiccando lucertole? Non sono più questioni che riguardano la scuola.

È come se a un insegnante fosse chiesto di passare tutto il suo tempo insegnando l’uso della chiave inglese, almeno fino a quando, avvitando e svitando bulloni tutti i giorni, i suoi ragazzi riusciranno  a usarla a occhi chiusi. La scuola che privilegiava le conoscenze senza l’ossessione delle misurazioni faceva un’altra cosa. Si preoccupava di insegnare a ragionare. Perché se devi appendere al muro il quadro della nonna, il martello ti serve. Mica la chiave inglese.

La scuola che ci stiamo lasciando alle spalle favoriva un processo di maturazione che potremmo definire più globale. La pianta che cresce deve crescere in ogni sua parte. Non puoi pretendere che dia frutti rilevanti senza curarti dei rami e delle radici, solo perché i rami non si vendono all’industria delle confetture e le radici non si vedono.

C’è un tale che si chiama Salvatore Settis. Per 11 anni è stato il direttore di una delle scuole più famose d’Italia, La Scuola Normale Superiore di Pisa. Settis dice che c’è bisogno di persone che abbiano la capacità di uno sguardo generale e che non siano campioni di conoscenze specialistiche. Che il modello dell’educazione di oggi è come se puntasse alla formazione di operai in grado di eseguire un solo gesto alla volta, senza pensare. La posizione di Settis è condivisa da molti. Ma una cosa è certa: la voce, quando parli controvento, quasi nessuno riesce a sentirla.

Intanto i docenti che si vogliono attenere alle direttive riempiono una quantità così esagerata di schede e scartoffie da non accorgersi più se il ragazzo ha iniziato ad avere disturbi nell’alimentazione o non ha più lo sguardo vivace dei primi giorni di scuola. La scuola delle competenze è una scuola nella quale la burocrazia cresce a dismisura e tende a riempire tutto il tempo scolastico. La figura dell’insegnante-somministratore è un gioco al ribasso. Appiattisce il ruolo fino a rendere impossibile distinguere i docenti migliori. Quelli capaci di accendere entusiasmi e innescare veri percorsi di maturazione.

Allora succede una cosa. Che suona imperdonabile, come un tradimento. La scuola col chiodo fisso delle valutazioni sta perdendo di vista le persone.

p.s.
Il murale in copertina è, ancora una volta, di Bansky

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Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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7 risposte a L’inganno delle competenze. Ovvero la scuola spiegata al mio barista (parte seconda)

  1. nonnalaura ha detto:

    Caro Chito, ai miei tempi….era un privilegio poter scegliere il Liceo Classico, perchè, si diceva, insegna a ragionare. Tu uscivi da scuola e non sapevi fare di conto come i ragionieri, non avevi un lavoro a portata di mano come i maestri, non conoscevi le lingue come dal linguistico. Avevi studiato un sacco di materie “inutili” ma la tua testa era fertile, pronta a recepire il secondo step della vita. Allora non capivo questa scelta per me inutile, invidiavo i miei amici che a 19 anni avevano un mestiere da poter spendere. Per questo il Classico era un lusso, oggi me ne rendo conto, ma ringrazio i miei genitori di quella scelta.
    In questi giorni, grazie al cielo, siamo invasi dai pensieri, dai libri, dalle lettere, dagli estratti di conferenze di Umberto Eco. C’è quasi da rallegrarsi della sua morte se tutto questo sta venendo alla conoscenza ordinaria.
    C’è un leit motiv che lui spesso portava avanti, e non lo ricordo a caso…
    E’ l’invito all’uso della memoria, quella terra terra, quella che mette dentro la testa semplici dati. Non credo che si riferisse alla scuola di competenze di cui tu parli, ma a qualcosa di più ampio e complesso di cui so che anche tu sei fautore, anche se spesso in contrasto con i tuoi referenti.
    E’ ovvio che per tifare per la scuola di conoscenze bisogna anche tifare per la scuola della memoria perchè l’una non può esistere senza l’altra. Lo diceva Umberto Eco, lo diceva il mio professore di lettere che ci ha fatto imparare la Divina Commedia a memoria (sic!) lo dici, credo, anche tu. Magari… est modus in rebus! Capisciammè 😉
    Buon lavoro Maestro, sono sempre con te!

    • RP McMurphy ha detto:

      Hai perfettamente inquadrato la questione, nonnalaura.
      Non è un caso se molti Licei Classici, per non scomparire, si riciclino, modificando il proprio indirizzo originario. Alcune materie, perché non immediatamente spendibili e utilizzabili nel mondo del lavoro, perdono sempre di più ore e attenzione. Diminuisce lo studio del Greco e del Latino, da molti giudicato inutile. Ti sembra normale che al Liceo Classico una materia come Storia dell’Arte (in uno Stato che ha la fortuna di detenere il primato mondiale di opere artistiche) sia al biennio diventata opzionale? E lo sai che ha fatto capolino nella scuola elementare una materia come economia? Gestione della paghetta, una mostruosità che grida vendetta.
      Ma attenzione. Hai perfettamente ragione anche quando ti riferisci alla necessità di curare l’esercizio della memoria. La penso anche io così. Stare attenti alla crescita globale della persona non significa abbandonare le nozioni.

  2. Renata puleo ha detto:

    Spiegare al barista la scuola è assai difficile (la saccente Mastrocola ci ha provato anni fa con il suo cane…) e diciamo che forse lo hai convinto. Ma i tuoi colleghi? Presi nella morsa fra la generica paura di tutto (sono la famosa zona grigia del consenso) e l’incanto della scientificità dei dispositivi MIUR-INVALSI-ANVUR su una categoria depressa (culturalmente, economicamente psicologicamente), non so se li convincerai. Intanto ai dubbiosi che non si fanno incantare suggerisco: Beatrice Bonato Contro la competizione. Un esercizio etico Mimesis, 2015.Grazie Renata

    • RP McMurphy ha detto:

      sempre preziosa, big chief.
      In effetti dentro la scuola non credo di avere grandi possibilità di persuasione. È come dici tu. La classe docente, salvo qualche eccezione, è divisa tra i supertimorosi e i sedotti dalle sirene di una presunta modernità. Per questo me ne vado al bar. Lì, per lo meno, puoi sempre prenderti un crodino.

  3. lezzy ha detto:

    hola guerriero Murphy,
    welcome to, ‘The deliberate dumbing down of Italy’ : e non ci sono santi.
    “Rassegnamoci” 🙄 , tanto ‘There is no political solution’.
    Vedrai hombre, ne usciremo fuori tutti “vincenti e liberi” grazie anche all’ultimo brevetto del grande Bill …
    http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/scienza_e_tecnologia/microsoft/corpobrevetto/corpobrevetto.html?refresh_ce
    Que todos se porten bien, umanos 😉

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